ABELMOSCHUS manihot

“Aibika, hibiscus manihot, bele ”

Abelmoschus manihot

 

Famiglia: Malvaceae                                                     Origine: Asia tropicale

 

Caratteristiche: si comporta come arbusto perenne nei climi subtropicali e tropicali, ma è una pianta annuale alle nostre latitudini dove arriva a circa 1,5-2 m di altezza, con grandi, tenere, foglie verdi e bellissimi fiori di ibisco giallo pallido, che la rendono apprezzata anche come pianta ornamentale.

Coltivazione: è facilmente coltivabile in qualsiasi terreno ben drenato, in posizione soleggiata.

Si possono far svenare le piante in serra fredda, tollerando minimi termici occasionali di breve durata, fino a circa -5 °C. Si semina in semenzaio a marzo in luogo caldo, oppure a fine aprile in piena terra, aspettando che sia passato l’ultimo gelo.

 

Edibilità 3/5: è un ortaggio estremamente nutriente: le sue foglie sono molto ricche di vitamina A e C, e ferro, e contengono il 12% di proteine di qualità. Le giovani foglie e i giovani germogli possono essere consumati crudi, cotti al vapore, bolliti, saltati in padella o aggiunti alle zuppe. Le grandi foglie morbide, ricche di mucillagini, possono essere usate per fare degli involtini, dopo averle scottate qualche minuto in acqua leggermente salata. Nelle isole del Pacifico, è chiamato “Bele” ed è una delle verdure più consumate nei villaggi locali: la cottura avviene nel latte di cocco, e si mangia assieme al pesce.

Valore terapeutico 1/5: in Nepal il succo della radice, riscaldato, si usa in caso di distorsioni, mentre quello ottenuto dai fiori è utile in caso si bronchite cronica e mal di denti. La corteccia, sotto forma di impacco, si utilizza per curare ferite e tagli.

Curiosità: in Giappone è conosciuto come “Tororo-aoi” ed è usato nella tradizionale arte nipponica della carta fatta a mano. La radice, raccolta e pestata, rilascia una sostanza mucillaginosa che viene miscelata in una vasca con fibre di altre piante (in particolare con quella di una specie di gelso o della canapa): l’aggiunta di tale sostanza cambia la viscosità dell’acqua facilitando la separazione di ciascuna fibra. La trama che si crea tra le fibre magistralmente sovrapposte e intrecciate, rende questa carta (“Washi”) bella e resistente. Anche la Corea, fin dall’antichità ha usato questo particolare ibisco per la fabbricazione della carta “hanji”: l’impiego di questa sostanza estratta dalla radice, aggiunta alla fibra del gelso e a carbone di legna, ne ha permesso la conservazione per oltre mille anni: il sutra Dharani, risalente al 751 d.C. circa, venne stampato su questa carta e rappresenta una delle più antiche testimonianze di questa lavorazione oggi disponibili.

Foto:manihot foto

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