La sinergia delle piante è una grande orchestra

Brassica ol. achephala o cavolo bastone, dal caratteristico tronchetto arriva fino a 2 m.

Un tempo ai contadini veniva naturale allargare i filari di mais per far posto a zucche e fagioli, il paniere era grande e il raccolto il più possibile differenziato per far fronte a ogni esigenza: nella filiera corta tutto si poteva e si doveva costruire con pazienza, che durasse nel tempo. Molto importanti erano i semi, la pasta madre, il telaio, la comunità. Quando penso alla sinergia del mondo vegetale ritrovo in qualche modo intatto questo mondo,  il concetto di concorrere insieme per un medesimo fine trova radice nell’intimo e delicato rapporto tra animali, piante e microrganismi e nelle consociazioni botaniche che sono un mezzo concreto e un’efficace leva per arginare e attenuare le anomalie sempre più ricorrenti e rendere più bello il nostro ambiente. «Rimane il fatto che esistono diversi modelli di consociazioni vegetali  ampiamente comprovati e messi in atto con frequenza da piccoli agricoltori e appassionati, come anche molti di dubbia validità»[1], ma se ben calibrato, sperimentato e diversificato, questo approccio, non lontano dalle antiche rotazioni colturali, permette una maggiore salvaguardia della biodiversità, di preservare e stimolare la struttura e la vita del suolo, avere maggiori rese con minori sprechi, e una migliore resilienza e resistenza alle avversità. Un giardino insegna. Certo, ci vogliono lavoro, cura e spirito d’osservazione: tutto quello che una volta era imprescindibile e che oggi sfugge per un rapido, troppo rapido progresso. Una distintiva prerogativa degli ambienti antropizzati rispetto a quelli realizzati dalla Natura è la sensibile riduzione della biodiversità. Sembra essere un pedaggio necessario per diversi scopi pratici: centrali, strade, costruzioni di centri abitati e commerciali e sopratutto per necessità produttive (agricoltura industriale) e logistiche, portare tutto questo in armonia con l’ambiente è la sfida che sempre più si fa presente, sfida spesso già raccolta nelle piccole isole degli orti e dei giardini familiari, sempre più spesso incastonati “in Urbe” o ritagliati tra distese di monocolture o campagne abbandonate. In questi piccoli ambienti si possono meglio recuperare i molti fili interrotti delle consociazioni e sinergie botaniche, è una forma di tradizione che tacita si rinnova. La classica e antica consociazione, forse la più nota e diffusa è quella offerta dalle leguminose, che grazie alla simbiosi con alcuni batteri fissano azoto al suolo, fondamentale al loro ciclo vegetativo, ma anche a quello delle piante limitrofe. Fra le moltissime specie di leguminose disponibili segnalo un piccolo rampicante dai fiori blu oltremare: la Clitoria ternatea, butterfly pea o fagiolo blu, se non magico quantomeno utile come pianta tintoria e alimentare, i cui fiori compaiono già dal primo anno all’inizio dell’estate. In piena estate invece, i calori dei recenti anni e le siccità hanno messo a dura prova molte colture, in particolare le monocolture; nei nostri campi giardino una pianta fra tutte riesce a sfidare la calura estiva: l’amaranto, che con la sua particolare fotosintesi, carbon C4 (oggi oggetto di studio), riesce a rimanere attivo anche con temperature sopra i 40 gradi, e le piante intorno a quest’ombrello parasole ne traggono un grande beneficio. Una consociazione che spesso ritrovo spontaeizzarsi è tra amaranto, tomatillo (physalis ixocarpa, una specie di pomodoro i cui frutti sono protetti da un involucro simile a quello dell’alkekengi), e tagetes. Anche fra le brassicacee ho riscontrato molto utile il cavolo bastone (brassica ol. achephala longata) che, con la sua altezza di 2 metri, dona ombra e rinfresco alle colture più sensibili; si tratta di un cavolo pluriennale, da foglia, molto coltivato in Portogallo e molto resistente… ma non alle famigerate cimici! per loro è bene dotarsi di colture calamita,  non certamente risolutive ma che almeno ci consentono di tenerle a bada: canapa, coriandolo e mais possono far barriera e trattenere, o deviare, questi insidiosi insetti. Il nasturzio, invece, è un ottimo attrattore naturale della cavolaia, e il macerato di pomodoro un repellente della stessa.

Schema consociazion utili

Altre piante assai utili, sono gli Atreplici: Atriplex hortensis e Atriplex halimus, le cui foglie diventano quasi specchiate in estate e riescono a riflettere i raggi solari; risultano inoltre ottimi dissalatori del  terreno e formano rigogliose siepi in breve tempo. L’halimus, è perenne e sempreverde, mentre l’hortensis ha un ciclo estivo.

La biodiversità, le consociazioni, e i rimedi naturali sono un’ argine naturale per equilibrare molte avversità; è vero, non sono rimedi applicabili su larga scala e non risolvono gli effetti di pratiche scorrette, ma individuandone le cause ne riducono i danni. «Il rispetto delle associazioni non è utile soltanto nell’agricoltura, ma è fondamentale anche nella coltura forestale e in quella dei giardini e degli spazi verdi.» [2]

Ai confini del nostro coltivato è bene sempre porre delle liliacee come cipolle, porri, o agli, che fanno una potente azione antibatterica. Segnalo qui una forza della natura: “la cipolla che cammina”, ovvero l’ Allium cepa viviparium, molto resistente alla siccità e che si risemina tramite bulbilli. Se da un lato gli odori servono a localizzare una data pianta, svolgono molte altre funzioni: difensiva, consociativa e sinergica. Le piante aromatiche sanno ben difendersi: calibrano le loro componenti aromatiche in base alle necessità. Ho visto delle piante di basilico indiano, “Tulsi”, (Ocinum tenuiflorum) letteralmente diserbare il terreno intorno ad esse da graminacee e piante competitive;  altri basilici invece possono migliorare la qualità e i sapori di ortaggi, come il pomodoro, semplicemente coltivandoli vicino, così come utili per aumentare i sapori e la qualità delle verdure sono camomilla, menta, melissa, levistico, maggiorana e tanaceto.

Proboscidea, Perilla e Tanaceto.

Caso a parte è quello del Tagetes minuta che, oltre a repellere i nematodi nel terreno (come altri tagetes), data la notevole altezza, funziona da barriera frangivento e parasole, e biorepellente per insetti dannosi.

Il Solanum sisymbrifolium, risulta assai utile se coltivato tra le patate o le solanacee in genere: ripulisce i dintorni dalla dorifora e dai nematodi e ci allieta con le sue abbondanti fioriture bianche o rosate.

Una pianta multifunzionale  segnalata da molte guide di permacultura e orto sinergico è un tipo di consolida: la Symphytum x uplandicum, differente dalla consolida maggiore (Symphytum officinale) poiché non invasiva e dalle foglie lanceolate molto più grandi. È una delle piante che possono letteralmente ricostruire il suolo, utile come pacciamatura verde fra alberi, arbusti e aiuole, cresce molto velocemente e tiene lontane, con le sue grandi foglie, erbe infestanti e gramigna, mantiene nutrito il suolo riciclando molti nutrienti e rendendoli disponibili in superficie, accumula sali minerali e si presta a diversi tagli utili per fare biomassa e concimare: un modo naturale e molto semplice applicabile anche in spazi ristretti.

Anche i crosne (Stachys affinis) sono funzionali per arginare le erbacce: sono dei tuberini prodotti da una specie di “menta”, originaria del giappone, i quali nell’800, destarono notevole scalpore per la loro forma curiosa, la consistenza croccante e il loro vago sapore di carciofo. Colonizzano volentieri margini di aiole e richiedono poca manutenzione; a fine stagione la raccolta è facile e divertente.

Ci sono dunque molti modi di realizzare un orto o un giardino in maniera “sinergica”: nel “salotto buono” delle consociazioni  un ruolo centrale oltre la consolida lo avrebbe l’ortica, pianta spontanea a volte coltivata per le sue foglie alimentari e le sue fibre; il sottosuolo viene quasi governato da quest’umile pianta, le sue componenti urticanti simili a quelle delle api e delle formiche indicano una laboriosità tutta da scoprire. Se inserita fra colture, filari o bordure di piante aromatiche queste ultime avranno un maggiore contenuto di olii essenziali e risulteranno più prospere.

Ma facciamo un passo indietro: il periodo di semina. Fra tutte le semine quelle che traggono maggior vantaggio dalla reciproca vicinanza sono basilico e peperoncino: anche in seminiere distinte, ma sempre in prossimità, è come se “sapessero” di essere vicine. Come fanno dei giovani germogli a stimolarsi fra loro? Sensi sviluppatissimi sembrano dotare le piante fin dalla nascita, secondo il professor Mancuso sono circa 23 i sensi che dotano i nostri vegetali, ebbene i nostri piantini pare recepiscano e rispondano positivamente ai reciproci ticchetti emessi dalle radici a bassissime frequenze. Ecco un altro aspetto della sinergia, quasi una sinfonia vegetale; ma le reti che collegano e rendono le piante sinergiche sono ancora più sottili. La vera sinergia fra piante scaturisce dai batteri e dai funghi presenti nel suolo, molti metodi di comunicazione delle piante sono mediati da microrganismi, che non solo passano nutrienti, come nel caso delle leguminose e dei batteri azotofissatori, ma sembra che certi microrganismi forniscano  anche metaboliti utili a comunicare eventuali pericoli e situazioni circostanti permettendo alla pianta di agire rispondendo agli stimoli. Preservare e stimolare queste simbiosi migliora la rete di connessioni tra piante e di “scambi” utili fra loro. Concludo questo piccolo viaggio ripercorrendo due passi di un libro che può dare un’acuta comprensione di tutti quei fenomeni che realizzano il nostro ambiente, essere umano compreso.

«Quanto più i climi sono tropicali e violenti, tanto più i contadini hanno sviluppato modelli complessi di produzione, combinando la rotazione e l’associazione vegetale. Questi modelli rimangono i più produttivi, spesso due o tre volte più dei modelli di monocolture industriali. Essi si basano in generale sull’associazione di un cereale, di un leguminosa e di una cucurbitacea.  Così, in Messico, gli indiani hanno sviluppato il famoso modello mais-fagiolo rampicante-zucca, che è uno dei più produttivi al mondo. In Africa, i Bamum hanno sviluppato l’associazione miglio-fagiolo niébé-igname. In Asia il modello dell’orto giavanese associa gli alberi da frutta con la manioca, la maranta, le patate dolci e i legumi. Come sottolinea Altieri  «l’effetto complessivo è quello di creare una struttura verticale simile a quella di una foresta naturale, una struttura che sembra ottimizzare l’utilizzazione dello spazio e dell’energia solare»[3].

E qualche pagina dopo ancora continua: «Gli orticoltori, invece, non cessano di naturalizzare nuove piante decorative per la gioia dei nostri giardini. Nei campi invece crescono sempre le stesse specie. Come ci si spiega un simile immobilismo? Ai loro tempi, erano molto più moderni i nostri antenati che hanno addomesticato tante specie commestibili e le hanno associate nei loro campi. […] La biodiversità è immensa e contiene potenzialità enormi, consentendo di nutrire gli uomini in numerose regioni del mondo, ma bisogna essere abbastanza moderni e abbastanza innovatori da utilizzarle.»[4]

[1] M. Clauser, A. Battiata, Getta un seme,Thema edizioni, 2019, pag 107

 

[2] C. L. Bourguignon, “Il suolo un patrimonio da salvare”, Slowfood editore, 2011, pag 83

 

[3] Ibidem, pag 71

 

[4] Ibidem, pag 97

Cavolo Jagallo e Borragine.

 

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