
Come promesso, ecco l’articolo che riprende la puntata di ieri sera del “Bosco di Ogigia”. Grazie a Francesca e Filippo, in un improbabile studio mobile, ci siamo addentrati nell’incredibile mondo dei semi dimenticati, delle varietà dalla storia antica e dei semi in generale.
Il filo conduttore: semi sui generis
Il filo conduttore del racconto – puntata dopo puntata – sono proprio loro: i semi sui generis, che sanno sempre riportarci al punto di partenza facendo nuove esperienze di raccolto e di vita. Continuare questo viaggio è un po’ come rinascere nel tempo.
I temi delicati di questo periodo storico sono in parte già ben risolti dalle piante. La coevoluzione intrinseca alla natura forgia adattamenti sorprendenti per esseri apparentemente inermi di fronte alle crisi climatiche. Le piante sono maestre di concetti come comunità e cooperazione – parole che per noi, troppo spesso, devono essere ritrovate nel loro significato più profondo.
Aspetti pratici: varietà da recuperare, come conservare i semi
Ci sono poi molti aspetti pratici da sostenere e sperimentare nel mondo dei semi: quali varietà vanno recuperate? Come conservare i semi e come recuperarli al meglio?
Durante il video scorrevano diverse immagini. La buona regia di Filippo mostrava un accenno di quante varietà e specie abbiamo perso per strada negli ultimi 80 anni. Delle oltre 75.000 varianti del pomodoro, ne rimangono sul mercato poche decine – e sempre quelle. Si parla di oltre un 80% della biodiversità alimentare erosa dalle scarse attenzioni agrarie.
Perché un seme, se lo trascuri per qualche generazione, puf, può scomparire – insieme alla sua storia e alle sue caratteristiche. Storie magari proprie di certi luoghi, o di certe famiglie, che ricalcano gusti, forme e caratteristiche sorprendenti. Per arrivare a così tanta varietà sono serviti secoli di cooperazione tra essere umano e natura: un’opera monumentale oggi quasi relegata a stato di folklore, ma che per dimensioni e qualità supera persino la più mitica piramide.
Viaggio in Egitto (e nell’orto): tuberi e autoseminanti
Siamo anche andati in Egitto – grazie ai semi si può viaggiare virtualmente. Un ascoltatore ha citato nello specifico la chufa (o tiger nut), un superfood prodotto da quella che sembra una piccola erbetta. A fine estate produce i suoi tesori: piccoli ma numerosi tuberi, coltivabili in vaso o in piccole aiuole. È una di quelle piante che si autoriproduce.
Per gli orti fai da te è fondamentale introdurre diversi tipi di tuberi: sono l’apporto alimentare più profondo e ricco di minerali. Oltre al Cyperus esculentus, la nostra ricerca è approdata allo yacon, al crosne, all’apios americana, all’achira (o Canna edulis), alla dioscorea batata.
Abbiamo sottolineato l’importanza dei fiori e delle piante autoseminanti, che fanno cornice ai frutti più poderosi e trasformano l’orto in un angolo di giardino. Proboscidee, Tagetes minuta, tomatilli, amaranti, ortiche, papaveri, cosmee (Cosmos), calendule e perille: sono solo alcune delle autoseminanti.
Solo 20 specie su 20.000: il potenziale dimenticato
Quello che con Francesco cercavamo di far emergere è che le piante – a partire dai semi – sono il tessuto del nostro quotidiano. Con un buon seme puoi collegarti al cosmo, ritrovare in tasca e fra le mani un pizzico di mistero quantistico, e portare a casa, stagione dopo stagione, sapori unici.
Esistono oltre 20.000 piante ad uso alimentare coltivabili nelle fasce a clima temperato. Una buona alimentazione dovrebbe comprendere almeno 200 specie di vegetali. Invece ne consumiamo solo 20: un millesimo del potenziale che la natura ci offre.
Per chi custodisce semi antichi, questo è un orizzonte continuo di spunti. Per chi inizia, suggeriamo di recuperare poche specie per volta, trovare le varietà più congeniali – un po’ come dei pittori con i loro colori – senza esagerare con gli incroci. E ripartire da un concetto che Salvatore Ceccarelli sottolinea spesso: quello di popolazione. I semi sono un grande popolo di possibilità.
Il 20% di indipendenza: la politica dei semi
“L’80% dei semi è in mano a cinque multinazionali – dice Carlin Petrini – noi stiamo parlando di gastronomia. […] Così si impossessano del ventre umano con semi non riproducibili. Questo 20% di indipendenza deve aumentare. Devono aumentare le banche dei semi gestite dalle comunità. Salvare i semi, i frutti, le piante in estinzione e trasmettere e donare questi semi è una pratica che va ripresa prima che ci rubino l’anima.”
Con queste parole si intuisce che viviamo un tempo sospeso. Sospeso come un seme, in attesa di germogliare al suo destino. Sospeso tra ipertecnologismo e natura (un altro ipertecnologismo, ancora poco compreso). Uno molto veloce, fatto di calcoli e dati; l’altro più lento, fatto di reti funginee, sincronie, coevoluzioni, sintropie, che hanno impiegato migliaia di anni a stabilirsi.
La scelta non è tra questo o quello
Oggi, con gli strumenti che la tecnologia ci offre, è molto più semplice sapere dove e come intervenire. Non mettendo in antitesi i due sistemi, ma trovando nuove forme di cooperazione. La scelta non è tra questo o quello: è integrare per riportare questo a quello.
La complessità di un piccolo seme fa impallidire i più moderni microchip. Ma grazie ai saperi antichi e alle possibilità moderne, in pochi decenni si possono far rifiorire campi altrimenti desolati.
Che i semi antichi possano riportare i canti nei nostri campi. Ritrovare i gusti e la gioia di condividere.
Grazie a tutti, a presto.





















